Frida Kahlo moriva a quarantasette anni nel 1954. Sono trascorsi decenni, ma il suo ricordo è più che mai vivo. L’artista messicana si è affermata, infatti, come una delle icone contemporanee più celebrate, tanto da far parlare i critici d’arte di una vera e propria “Fridamania”. Oggi di Frida Kahlo si conoscono in tutto il mondo il volto, dal fascino enigmatico e insolito; la spiccata personalità, che le permise di superare le menomazioni fisiche inflittele da un destino avverso; lo stile pittorico, capace di combinare suggestioni surrealiste, radici messicane, sensibilità femminile e impegno politico. Meno nota è, invece, la sua passione botanica. Va, innanzitutto, osservato che l’elemento vegetale, così frequente nei quadri di Frida Kahlo, non costituisce per lei un soggetto qualsiasi, né si trasforma, come succede nelle composizioni di molti pittori, in un motivo decorativo marginale o in una semplice nota cromatica. E’ una premessa fondamentale: solo se si valuta nella giusta prospettiva l’interesse che Frida ebbe per il regno vegetale, infatti, si possono comprendere realmente la sua opera e la sua persona. Un significativo contributo in questo senso è giunto da una mostra allestita nell’insolito contesto del Botanical Garden di New York, nel 2015. Diversamente dalle precedenti rassegne, non venivano presentati al pubblico solo dipinti e oggetti personali. L’esposizione newyorkese metteva in evidenza i dipinti di carattere botanico dell’artista, ma, soprattutto, proponeva per la prima volta una ricostruzione del giardino che Frida Kahlo aveva creato nella Casa Azul di Coyoacán , nei pressi di Città del Messico, dove viveva con il marito, il pittore Diego Rivera. E’ da notare che Frida non solo prendeva cura personalmente del giardino, ma aveva sistemato il suo studio in modo che vi si affacciasse, quasi che il dialogo con il regno vegetale innervasse il suo stesso processo creativo. Il giardino della Casa Azul ospitava una gran varietà di specie e, in particolare, rispecchiava la duplice natura della flora messicana: quella corale della giunga lussureggiante e quella fatta di voci solitarie del deserto. In una festa di colori, tra le molte specie, nel giardino si potevano ammirare: calle, girasoli, orchidee, piante grasse, colocasie, filodendri, calendule, bouganville, agavi e i cactus che creavano un insieme scultoreo.

Un raro filmato ritrae Frida mentre sistema tra i capelli i fiori raccolti in giardino da Diego Rivera. L’acconciatura è quella a coroncina, resa nota da innumerevoli foto e dipinti, tra i quali ricordiamo l’Autoritratto dedicato al dottor Eloesser, il medico che la guarì da un’infezione a una mano, alla quale allude, come un ex-voto nel quadro, l’orecchino. Come è stato sottolineato dalla rivista “Vogue” l’anno scorso, Frida Kahlo può essere considerata con la sua acconciatura l’iniziatrice del revival floreale che arriva fino alle passerelle di oggi. Nel caso dell’artista messicana, però, i fiori tra i capelli non rappresentano tanto un vezzo, quanto l’espressione di un legame profondo –viscerale- con il mondo vegetale. La complessità dell’interesse di Frida per questo ambito è testimoniata, per altro, dalla presenza nella sua biblioteca personale di testi botanici: libri dedicati alle piante medicinali messicane e, in particolare, una copia di un erbario del XVI secolo, che descrive le piante utilizzate dagli Aztechi. Frida era una donna passionale, ma anche una intellettuale.

Aristotele è considerato l’iniziatore del pensiero botanico occidentale. Secondo la visione aristotelica le piante hanno un’anima, al pari di animali ed esseri umani: mentre l’esperienza del territorio determina l’anima degli animali e la ragione quella dell’uomo, l’anima delle piante è caratterizzata dall’aspetto nutritivo, poiché esse non si muovono dal loro luogo

Non è forse casuale se Frida, che il male aveva costretto a lungo all’immobilità, in Radici (1943) si ritragga stesa sulla nuda terra, con viluppi di vite che generano dal suo corpo. Il ritratto, in questo caso, giunge fino all’identificazione con l’elemento vegetale.

Alla rinascita in altre forme allude un’altra opera di Frida Kahlo: il Ritratto di Luther Burbank  (1931), noto botanico e orticoltore sperimentale statunitense. Oggi entrato a far parte della “Hall of Fame for Great Americans”, Burbank si era avvicinato allo yoga secondo gli insegnamenti di Paramahansa Yogananda, che lo definirà “un santo americano”. Frida venne a sapere delle ricerche di Burbank durante il suo soggiorno in California e fu molto colpita dalle sue sperimentazioni sugli ibridi, con le quali egli aveva spesso messo in crisi le convinzioni scientifiche del tempo. Il ritratto ricorda il seppellimento di Burbank presso un albero da lui stesso piantato, ma trascende la realtà, raffigurando lo studioso divenuto parte della pianta. In una soluzione a sua volta ibrida, piena espressione della ‘Mexicanidad’, Frida idea, infatti, una pianta-uomo, in un complesso rimando alle sperimentazioni condotte dallo stesso botanico, al tema dell’albero della conoscenza, alle leggende azteche sull’albero della vita “Tule”.

Il tema vegetale accompagnerà l’artista messicana durante tutta la sua esistenza, riecheggiando in maniera più o meno esplicita le sue emozioni. In una dichiarazione d’amore per la Natura, di disarmante spontaneità, Frida diceva “Pinto flores asì no mueren” o sia “dipingo i fiori così che non muoiano”. Nella sua apparente naïvite, l’artista ci consegna un messaggio che, in realtà, contiene forti implicazioni simboliche. L’ultimo fiore che dipinge è un girasole: le incornicia il volto. Nel dipinto, poco più che un bozzetto reso con mano divenuta incerta, il sole tramonta alle spalle del girasole-Frida che ora volge la corolla aperta alla notte. Nel suo diario, in un commiato alla vita, scriverà “Espero alegre la salida y espero no volver jamás!”, “Aspetto serena la partenza e spero di non tornare mai più!”. Credo Frida sapesse di dover fiorire altrove.